Giappone: toccata e fuga (per ora)

Sannenzaka
Il quartiere di Sannenzaka

Non sapevo bene se raccontarti o meno qualcosa sul weekend che abbiamo trascorso a Kyoto. Questo non è un blog di viaggi e io non li so organizzare, figurati se riesco a trasmetterti in forma utile informazioni pratiche! Quindi avevo deciso di lasciar perdere. Ma con il passare dei giorni, con il sedimentarsi dei ricordi e delle impressioni di quel fine settimana, mi è venuta voglia di parlarne con te e di farti vedere qualche immagine di Kyoto – gustoso aperitivo in attesa dell’approfondimento che ci attende ad Ottobre…

Perchè proprio Kyoto? Soprattutto perchè sta ad un tiro di schioppo da Shanghai. E perchè non rientra nell’itinerario previsto per quest’autunno.

Kimono2
Selfie!

La prima cosa di cui mi sono resa conto dopo i primi passi su suolo nipponico è che adesso so distinguere perfettamente il cinese dal giapponese, bastano un paio di parole. Prima di trascorrere quasi un anno in Cina non ne ero assolutamente in grado, avevo sempre un sacco di dubbi riguardo a che cavolo di lingua stessi ascoltando. Me ne sono resa conto così chiaramente perchè i turisti cinesi erano ovunque. Guardavo rapita un gruppetto di ragazzi in abiti tipici che si facevano foto in un tempio pensando: ma guarda che carini questi giapponesini! quando cominciano a contare: yi, er, san! Ok, l’abito non farà il monaco ma inganna parecchio.

La seconda è che i cartoni animati non ci hanno mai mentito, su nulla. Puoi tirare un sospiro di sollievo, la tua infanzia è salva.

Strada di Kyoto
Una via nei pressi del Nishiki market

Ce la siamo presa calma a visitare questa città. Abbiamo visto poche cose, con lentezza, come suggeriva l’atmosfera. E assaggiato tantissimo. Tutto quello che ci si parava davanti, anche se il mio obiettivo principale erano i mochi al matcha ripieni di marmellata di fagioli azuki. Ne no mangiati tanti. E tanto street food – ti metto le descrizioni sotto le foto, se no qui diventa un elenco. Ci siamo infilati in un vicoletto miscroscopico, in un localino piuttosto casalingo per mangiare gli okonomiyiaki (sì sì, proprio quelli di Marrabbio). Abbiamo fatto una colazione tipica di Kyoto (obanzai) con riso con ovetto crudo sopra, sottaceti e verdure di tutti i tipi e zuppetta di miso. Siamo stati in un ristorante di tempura. E sì, abbiamo anche mangiato il sushi. Che rispetto a quello che ci rifilano in Italia è più vario (non c’era ombra di salmone per dire) e più piccante, visto che tra riso e pesce mettono un pochino di wasabi. Il mio preferito però è stato il bocconcino con la loro frittata, la tamagoyaki, quasi dolce. Ho visto tantissimi dolci – non pensavo fossero così affezionati allo zucchero – assaggiato alcuni tè, e mangiato il polpetto ripieno di uovo di quaglia. Tutto molto interessante e buono, ma Cina batte Giappone 1-0, sia su cibo che sul tè. Senza nemmeno starci a pensare e nonostante il matcha.

Viaggiare è bello perchè ti permette di renderti conto di cose che altrimenti non avresti modo di notare. I giapponesi sorridono un sacco e ti ringraziano per ogni parola che dici, letteralmente. All’inizio è stato divertente, ma quando l’addetto della metro mi ringraziava ogni volta che infilavo il biglietto nella macchinetta, ho iniziato a sentirmi un po’ stupida. Non so quante volte ho sentito: arigatou gozaimaaaaaasu! Qui in Cina i sorrisi sono pochi, più che altro quando hanno a che fare con un laowai è un’espressione un poco preoccupata quella che hanno sulla faccia. Così quando qualcuno mi fa un sorrisone, o addiruttura si va di pacche sulle spalle, bè, è molto più soddisfacente e ti rallegra tutta la giornata!

Kimono1
Alla fermata del bus

Kyoto è a misura d’uomo – non ti lascia frastornata come certe zone di Shanghai – caotica il giusto, organizzatissima e, tralasciando i siti e templi storici, di impostazione molto occidentale. Sempre facendo il confronto con Shanghai, ovviamente. Ho tirato un bel sospiro rilassato davanti alle macchine che consideravano noi pedoni esseri viventi, a commesse e camerieri che pur non parlando inglese non ti guardavano terrorizzati e in qualche modo ci si capiva comunque (e in tempi ragionevoli), ai motorini che non salivano sui marciapiedi, alle file ordinate ad aspettare la metro, alla gente che soffiava il naso nel fazzoletto. Poi sono tornata qui a Shanghai e, oltre al clima decisamente più mite, sono stata ripresa in un attimo dalla vivace vita di strada del mio distretto, dal parrucchiere che taglia i capelli sul marciapiede sotto casa, al falegname lì di fianco che pialla davanti alla porta di casa, al sarto sotto il suo ombrellone, ai ristorantini (termine un po’ pomposo) che scodellano noodles a tutte le ore facendomi venire sempre fame, ai gatti che prendono il sole sdraiati sui sacchi di riso nei negozietti, alla signora che mescola il ripeno dei ravioli con le sue bacchette, sciabattando in pigiama per strada. Dalle persone quasi imperscrutabili, che ti guardano fisso perchè hai gli occhi chiari, che sì, ok, sputano, spingono e fumano sempre, ma che mi danno un’impressione di semplicità che mi mette così a mio agio.

Una volta che sei stato in Cina per un periodo più o meno lungo, spostarsi e girare per gli

Foto di gruppo
Tutti in posa!

altri Paesi sembra facilissimo. Ti si para davanti tutto più liscio e logico, la fatica è dimezzata. Non ti dico poi in Giappone dove sono così precisi e organizzati, fino a sfiorare il parossismo e, anche se ci abbiamo trascorso solo un weekend ne abbiamo avuto diversi esempi. Shanghai invece pretende un bel po’ di energie.

Ok, tutto molto bello, però mi vuoi dire cosa hai visto? mi chiederai tu. Tra tutte le cose da vedere in questa città cosa avete scelto? Appena atterrati ad Osaka, siamo saliti sul treno che la collega con Kyoto – tra l’altro inconcepibilmente in ritardo di 15 minuti per via di un incidente! pensavo ad uno scherzo – e abbiamo iniziato a girovagare tra le stradine del quartiere di Gion (carino ma classicamente turistico), visitato il parco Maruyama (famoso per lo scenario durante la sakura, per la quale però era ancora un po’ presto, c’era solo qualche albero fiorito), passeggiato per il quartiere di Sannenzaka e visitato il complesso di templi di Kyomizudera. Questo tempio buddista mi è piaciuto molto, forse perchè l’elemento dominante sono gli alberi e offre panorami suggestivi e rilassanti. Ci siamo fermati pareccho anche perchè abbiamo beccato un qualche tipo di festa, c’erano tantissime persone vestite in abiti tradizionali e sacerdoti nei templi che svolgevano i loro riti, ed era strano vedere tutte quste ragazze andare e venire vestite nei kimono colorati, mettevano allegria.

Il giorno dopo lo abbiamo trascorso tra il Palazzo Imperiale e il Fushimi Inari Taisha, dove praticamente siamo stati tutto il giorno, e che era l’unica cosa che tenessi assolutamente a visitare. Passeggiando tra e sotto i migliaia di torii, abbiamo deciso di prendere un paio di deviazioni e fare una scarpinata tra boschi di bambù, fino alla vetta del monte Inari, così da farci venire una bella fame e goderci tutto il mare di streetfood che ci aspettava al ritorno. E anche per toglierci dalla massa di gente che gremisce sempre questo posto: bastano un paio di bivi, cinquanta metri di dislivello e ti ritroverai a passeggiare tranquillamente da solo.

Abbiamo vagato parecchio anche tra i vicoletti del Pontocho, tra i vecchi edifici di legno e attraversato diverse volte il famoso Nishiki market perchè era di strada per il nostro hotel, e che secondo me non vale la fama che ha: una corrente di turisti da cui farsi trascinare, ma te lo sta dicendo una che ha la stessa attitudine per lo shopping di un gatto per l’uncinetto.

L’ultimo giorno diluviava e si prospettava di una tristezza immensa. Quindi: museo di Kyoto, dove c’era un’esposizione su un pittore cinese. Mm, perfetto direi. Poi abbiamo deciso di visitare il tempio buddista che si trovava proprio davanti al museo, giusto per ammazzare un po’ di ore prima di tornare in aeroporto. Ecco. Non ho foto perchè è vietato scattarne, ma quando ho capito dove eravamo non ho potuto trattenere un salto per l’emozione. Eravamo esattamente nel posto in cui, secondo la leggenda, Musashi affrontò in duello Yoshioka Denshichirō, il tempio Sanjusangen, famoso anche per le mille statue di Buddha. Il romanzo che racconta di Musashi (di E. Yoshikawa), l’ho letto non molto tempo fa, nel periodo di sovvertimenti e veloci cambimenti di cui ti parlo ogni tanto – prestatomi da una persona che prende un posto direi speciale nella mia esistenza – ed è uno di quei libri che per un qualche motivo continua a tornarmi in mente. Capisci quindi come ritrovarmi lì, tra tutti i templi di cui è tempestata Kyoto, abbia assunto una sfumatura fatalista. E poi posso aggiungere una voce alla mia lista di pellegrinaggi letterari.

Sanjusangendo temple
Il tempio davanti al quale, secondo la leggenda, Musashi sfidò Yoshioka

Durante il ritorno in treno verso Osaka (puntualissimo), Kyoto ci ha salutati così, con un perfetto arcobaleno, goduto mentre mi mangiavo KitKat al tè matcha fino ad esaurimento scorte. E di Giappone ne riparleremo in autunno.

Arcobaleno
L’arcobaleno, sul treno che lasciava Kyoto

*

Japan: just a touch and run!

I wasn’t sure whether or not to tell you something about the weekend we spent in Kyoto. This is not a travel blog and I don’t know how to organize them, imagine if I can tell you practical information in a useful way! So I decided to let it go. But with the days passing by, with the recollection of memories and impressions of that weekend, I wanted to talk about it with you and show you some images of Kyoto – tasty aperitif waiting for the deepening that awaits us in October.

Why Kyoto? Especially because is a stone’s throw away from Shanghai. And because it is not included in the itinerary planned for this autumn.

The first thing I realized after my first steps on Japanese soil is that I can now perfectly distinguish Chinese from Japanese, just from a couple of words. Before spending almost a year in China, I wasn’t able to do that, I always had a lot of doubts about what language I was listening to. I realized it so clearly because Chinese tourists were everywhere. I was watching a small group of guys dressed in typical clothes taking pictures in a temple thinking: but look at these cute Japaneses! when they begin to count: yi, er, san! Ok, the dress won’t make the monk but it deceives a lot.

The second is that cartoons have never lied to us about anything. You can breathe a sigh of relief, your childhood is safe.

We take with calm visiting this city. We saw very few things, as slowly as the atmosphere suggested. I tasted everything I could. All that was in front of us, even though my main goal was the mochi al matcha stuffed with azuki bean jam. I had a lot of that. And a lot of street food. We slipped into a miscroscopic alley, in a rather homey little place to eat okonomiyiaki (yes yes, the Marrabbio ones). We had a typical Kyoto breakfast (obanzai) with rice with raw egg on it, pickles and vegetables of all kinds and miso soup. We were in a tempura restaurant. And yes, we also ate sushi. That compared to what they trim us in Italy is more varied (there was no shade of salmon to say) and more spicy, given that between rice and fish they bring a little bit of wasabi. My favorite though was the tidbit with their omelette, the tamagoyaki, almost sweet. I saw so many sweets – I didn’t think they were so fond of sugar – tasted some tea, and ate the quail-stuffed squid. All very interesting and good, but China beats Japan 1-0, both on food and on tea. Without even thinking about it and despite the matcha.

Traveling is nice because by making comparisons you realize a lot of things that you wouldn’t otherwise have noticed. The Japanese smile a lot and thank you for every word you say, literally. In the beginning it was fun, but when the metro manager thanked me for every time I put the ticket in the machine, I started to feel a little stupid. I don’t know how many times I’ve heard: arigatou gozaimaaaasu! Here in China the smiles are few, more than anything else when they are dealing with a laowai is a slightly worried expression that they have on their faces. So when someone smiles at me, or if you get a pat on the back, well, it’s much more satisfying and cheers you up all day!

Kyoto is on a human scale – it doesn’t leave you dazed like some parts of Shanghai – a little chaotic, organized, and leaving aside the historical sites and temples, of a very western setting. Always making the comparison with Shanghai, of course. I gave a nice sigh relaxed in front of the machines that considered us pedestrians living beings, to shop assistants and waiters who, even if they didn’t speak English, didn’t look at you in terror and somehow you could understand anyway (and in reasonable times), to the motorbikes that didn’t climb on sidewalks, to the rows ordered to wait for the metro, to the people blowing their noses in the handkerchief. Then I came back here in Shanghai and, in addition to the decidedly milder climate, I was caught in a moment by the lively street life of my district, by the hairdresser who cuts the hair on the sidewalk under my home, by the carpenter next door who planes it in front of the house door, to the tailor under his umbrella, to the restaurants (a bit pompous term) that bowl noodles at all hours making me always go hungry, to the cats that take the sun lying on the bags of rice in the shops, to the lady who mixes the ravioli filling with its chopsticks, in pajamas in the street. From the almost inscrutable people, who stare at you because you have clear eyes, that yes, ok, they always spit, push and smoke, but that give me an impression of simplicity that puts me so at ease.

Once you’ve been in China for a shorter or longer period, move and travel to the other countries seem very easy. Everything is smooth and logical in front of you, the effort is halved. I won’t tell you then in Japan where they are so precise and organized, to the point of touching paroxysm, and even though we spent only a weekend there we had several examples. Shanghai instead demands a lot of energy.

Ok, all very nice, but you want to tell me what you saw? you will ask me. Of all the things to see in this city, what did you choose? As soon as we landed in Osaka, we boarded the train that connects it to Kyoto – inconceivably late for 15 minutes due to an accident! I was thinking of a joke – and we started wandering through the narrow streets of the Gion neighborhood (nice but classically touristic), visited the Maruyama park (famous for the scenery during the sakura, for which, however, it was still a little early, there is it was just some flowering trees), walked around the Sannenzaka district and visited the Kyomizudera temple complex. I really liked this Buddhist temple, perhaps because the dominant element are trees and offers evocative and relaxing views. We also stopped because we caught some kind of party, there were a lot of people dressed in traditional clothes and priests in the temples who performed their rituals, and it was strange to see all these girls coming and going dressed in colorful kimonos, cheering up .

The next day we spent it between the Imperial Palace and the Fushimi Inari Taisha, where we practically stayed all day, and that was the only thing I absolutely had to visit. Walking between and under the thousands of torii, we decided to take a couple of detours and make a trek through bamboo woods, to the summit of Mount Inari, so as to make us hungry and enjoy the sea of street food that awaited us on the way back. And also to go away from the mass of people who always crowd this place: just a couple of cross, fifty meters in altitude and you’ll find yourself walking leisurely alone.
We also wandered a lot among the alleys of the Pontocho, among the old wooden buildings and crossed the famous Nishiki market several times because it was on the road for our hotel, and which in my opinion is not worth the fame it has: a stream of tourists from which get carried away, but someone who has the same attitude for shopping as a cat for a crochet hook is telling you this.

On the last day it poured out and looked like immense sadness. So: Kyoto museum, where there was an exhibition on a Chinese painter. Mm, I would say perfect. Then we decided to visit the Buddhist temple that was right in front of the museum, just to kill a few hours before returning to the airport. Here it is. I have no photos because it is forbidden to take pictures, but when I realized where we were I could not hold back a leap for the excitement. We were exactly in the place where, according to legend, Musashi faced Yoshioka Denshichirō, the Sanjusangen temple, also famous for the thousand Buddha statues. The novel that tells of Musashi (by E. Yoshikawa), I read it not long ago, in the period of revolutions and subversions of which I speak to you occasionally, loaned to me by a special person, and is one of those books that for some reason keeps coming back to my mind. You will therefore understand that finding myself there, with all the temples of Kyoto, has taken on a fatalistic tinge. And then I can add an entry to my list of literary pilgrimages.

During the train return to Osaka (punctual), Kyoto greeted us like that, with a perfect rainbow, enjoyed while I ate matcha tea KitKat until stocks lasted. And we’ll talk again about Japan in fall.
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2 pensieri su “Giappone: toccata e fuga (per ora)

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