Chengdu, Leshan e weekend improvvisati

oznor
La piazza di fronte al Museo della Scienza e della Tecnica a Chengdu

A cosa servono le trasferte che nate per durare un giorno, si dilungano indefinitamente fino a toccare le rive del fine settimana? Ad organizzarne in poche ore uno fuori Shanghai.

“Devi stare ancora a Chengdu?”

“Eh sì.”

“Che faccio, vengo lì?”

“Meglio, altrimenti non so quando ci vediamo. Almeno facciamo qualcosa insieme ‘sto weekend.”

“Ok, ci sarà di sicuro qualcosa da vedere lì nei dintorni. Voglio dire, siamo in Sichuan…”

Così si sale su un aereo e si va. Mi piacciono un sacco i voli interni: controlli velocissimi,

Meloni
C’erano tantissimi venditori ambulanti di frutta

nessuno che rompe le scatole all’arrivo e durate tollerabili, per me che le dodici ore dei rientri italiani si parano sempre davanti come un mezzo incubo. A dire il vero ero già stata a Chengdu, come tappa finale del viaggio dell’estate scorsa, ma l’unica cosa che mi interessasse in quell’occasione erano i panda. E poi ricordavo solo il caldo infernale, la folla e lo street food. Va bene Chengdu, hai avuto un’altra chance. E ti sei giocata bene la giornata che abbiamo trascorso a tu per tu.

Cosa fare quindi  in una giornata in questa rilassata città? Vai in giro a piedi più che puoi, gli scorci e le viette in cui deviare e perdersi per un po’ regalano scene impagabili, di vita quotidiana, una bancarella con cibo che non capisci nemmeno cos’è ma che ha un profumo… Ma questo vale sempre, non solo in Cina, sarai d’accordo.

Io ho cominciato con una bella passeggiata nel Parco del Popolo, dove trovi come al solito chi balla, chi fa taiji, chi va in barca sul laghetto, e qualche grado di meno. Chengdu in estate è mooolto calda. Qui c’è anche un’antichissima casa da tè, la Hè Mìng, in attività da secoli. Visto che era ancora relativamente presto ho puntato subito la Kuanzhai Alley, che l’altra volta avevo girato soprattutto di notte. Speravo di evitare la folla di turisti – cinesi, di laowai nemmeno l’ombra –  ma li ho decisamente sottovalutati. Le vie erano già gremite. La Kuanzhai Alley è formata da due o tre viette pedonali vecchie di centinaia di anni. In realtà l’architettura tradizionale è stata preservata ma tutta ricostruita, ed è un ininterrotto susseguirsi di negozietti turistici (panda come se piovesse), ristoranti, e baracchini che vendono street food. Che era esattamente quello che cercavo io. Qui puoi tranquillamente passare le ore assaggiando tutto quello che ti si para sotto al naso, curiosando tra prodotti tipici e finto-artigianali o a farti pulire e massaggiare le orecchie.

Poi sono andata al monastero buddista di Wenshu, a riposare vista e timpani. E mandibole. Ho perso il senso del tempo girando tra giardini e padiglioni, sembrava non finire più. E trovo l’atmosfera di questi posti sempre molto rilassante e umana, accogliente, a differenza delle fredde chiese e cattedrali nostrane. Qui si può mangiare assieme ai monaci: all’ora di pranzo basta mettersi in fila e aspettare il proprio turno per avere una ciotola di riso e verdure (i buddhisti sono vegetariani), gratuita. Io non l’ho fatto dato che mi sembrava un tantino fuori luogo, ma era bello vedere la mensa allegra e rumorosa dove i fedeli mangiavano seduti accanto ai monaci.

E finalmente sabato treno per Leshan! Mi raccomando, vai sempre presto nelle stazioni cinesi, è come andare in aereoporto e c’è sempre tanta di quella gente da sembrare surreale. Un’oretta di viaggio che passa facilmente ammirando foreste, piantagioni di tè, vecchi casolari in mezzo ai campi e altarini dedicati agli dei in mezzo al niente e ci sei.

Minjiang river
Sul fiume Minjiang, verso il Buddha

Temo di essere una compagna di viaggio piuttosto fastidiosa, arrivati in un posto insisto sempre per correre a mollare giù la roba e ripartire subito, in questo caso per andare a vedere il complesso del Buddha gigante, il Buddha di pietra più grande del mondo, scavato direttamente nella montagna. A piedi, che tanto eravamo a nemmeno un’ora di passeggiata lungo il fiume e volevo vedere tutto bene. Ma friggo nell’impazienza. Hai voglia a ripetermi che abbiamo tutto il tempo. In ogni caso alla fine ci si avvia camminando (saltellando) verso il Buddha, attraversando una specie di centro storico ricostruito e stranamente deserto. Le poche persone che incontriamo ci chiedono di fare le foto con loro. Cosa che si ripeterà per tutto il soggiorno, con momenti di vero e proprio stalking, con tanto coppia di signori attempati che ci segue ovunque finchè non trova lo spot con la luce adatta dove immortalarci, e altri con il tempismo perfetto di chi vuole una foto mentre mi mangio un ghiacciolo al mango che si scioglie inesorabilmente durante le decine di scatti. Ma torniamo a noi dopo questo momento di disagio – se sapessero quanto non sopporto essere fotografata…

Non abbiamo dovuto camminare poi tanto visto che siamo subito inciampati nel molo da cui partono le mini-crociere per vedere la statua dal fiume e lontano dalla folla. Approfittato al volo della poca coda et voilà, eccoci sulla barchetta a subire foto finchè non avvistiamo l’enorme Buddha e l’attenzione si sposta giustamente a lui. E’ inutile che stia qui a cercare di descriverti cosa si prova quando lo si vede, a raccontarti dell’acqua fangosa del fiume, della terra rossa e del cielo incredibilmente azzurro in quel momento.

Ed è inutile anche che provi a spiegarti la quantità di gente che c’era sul sentiero che scendeva fino ai piedi del Buddha. Assembramenti tali di carne umana li ho visti solo qui in Asia, il concetto di “folla” è una di quelle cose che questa esperienza mi ha cambiato. Comunque erano stimate tre ore e mezza di fila. Ci è bastato scambiarci uno sguardo per capire che era stata sufficiente la crocierina, che quelle ore potevano essere impiegate un pochino meglio, tipo visitando tutta l’area lì attorno, con templi, pagode, sentieri nella foresta e villaggi di pescatori. E poi per spostarsi in un altro sito, quello dell’Oriental Lying Buddha. Imperdibile anch’esso, con tutto il complesso di grotte, statue giganti, le mille diverse statue del Buddha e padiglioni. E tranquillissimo, niente code qui: i turisti cinesi tendono a fiondarsi sulle attrazioni più famose, disdegnando quelle che per un qualche motivo considerano secondarie. O quelle dove c’è da camminare più di dieci minuti. Qui non c’era praticamente nessuno.

Ma adesso parliamo di cose serie.

Cosa si mangia?

Non mi stancherò mai di dirlo: in Cina si mangia benissimo, la cucina è molto varia, ogni regione ha le sue caratteristiche e prodotti tipici, e i cinesi sono giustamente orgogliosi della loro tradizione culinaria. Esattamente come in Italia. Diffida da chi ti dice che in Cina si mangia male: l’hanno detto anche a me, gente che ha abitato a Shanghai per un po’, e quando ho chiesto dove andavano a mangiare mi è stato risposto tutto tranne i ristoranti locali. Che venire qui e non mangiare (e amare follemente) gli xiao long bao o i baoz per me è incomprensibile. Ma oggi continuo a divagare, volevo solo parlarti della cucina che ho assaggiato in Sichuan. Che potrei riassumere con una parola: piccante.

Sichuan, terra d’origine della hot pot, del Sichuan pepper, del mapo tofu e dei miei wonton preferiti. Una delle quattro cucine regionali più importanti del Celeste Impero. Ma cosa ci siamo pappati noi? E dove?

A Chengdu come ti ho detto è facile incappare nello street food: spiedini di palline di riso glutinoso fritte con semi di sesamo (le mie preferite); spiedini di qualsiasi cosa ti venga in mente, piccanti; riso glutinoso all’ananas; noodles in salsa (indovina?) piccante; jiaozi e dolcetti a base di sesamo e soia, tazze di gelatina eccetera. Ho visto anche parecchi venditori ambulanti con prodotti tipici delle regioni mussulmane della Cina: pani piatti e tondi decorati, fagottini di pane ripieni di carne d’agnello e un pane sottile soffiato. Ma queste cose avrò modo di scoprirle approfonditamente durante il viaggio di Agosto!

La scelta per la cena è risultata più impegnativa: la trappola per turista è dietro l’angolo, assieme alle delusioni che porta e quindi abbiamo scelto di affidarci ad un collega cinese. Istruito su cosa dovesse cercare ha scovato un ristorantino di cucina locale frequentato da gente del posto, su app che noi laowai non sappiamo nemmeno esistano. Ottimo. Come al solito (almeno nei ristoranti cinesi strong) non si può prenotare e si mangia presto. Quindi si va lì, si prende il numerino e ci si mette in fila ad aspettare che si liberi un tavolo. Il che vuol dire bivaccare sul marciapiede giocando a mahjiong, a carte, stando incollati al telefono o facendo un aperitivo comprando frutta fresca dai venditori ambulanti che ci sono sempre in queste situazioni. Credo sia soprattutto con questo sitema che abbiamo imparato i numeri, facendo file al ristorante. Finalmente ci sediamo, ovviamente il menù è solo in cinese, senza foto, nessuno del personale parla mezza parola di inglese, alle nostre due parole di cinese ridono come pazzi e ci guardano tutti. Non mi azzarderò mai più a dire shui (acqua), chissà che cavolo ho detto invece… Con un po’ di ingegno riusciamo però ad ordinare una bella cenetta sichuanese, ti metto le descrizioni sotto le foto.

Anche a Leshan ci siamo diveriti a scoprire le specialità locali. Dopotutto il cibo è cultura, inscindibile dal posto in cui è nato. E’ piacere, è scoprire ancora meglio l’identità di un popolo. Abbiamo cominciato ripetendo l’esperienza dello jianbing, sulla strada questa volta, come deve essere, preparato da un simpatico signore che ci ha creato un capolavoro!

Jianbing
Lo jianbing pronto da mangiare ❤

E poi la sera, dopo una bella passeggiata al tramonto tra vie di Leshan, siamo andati in

Leshan
Leshan di sera

via Zhanggong Quiao Jie, famosa per i ristoranti dove servono hot pot e chuan chuan xiang. Tutto molto spartano, godereccio, all’aperto sul marciapiede, rumoroso e pieno di odori. Dopo esserci goduti l’atmosfera caciarona del posto e aver scelto un locale, siamo riusciti a farci portare un po’ di cose tipiche, tra cui l’anatra laccata dolce di Leshan, i dumplings di verdure, un catino di manzo piccante con cetrioli, patate e cipolle, e la famosa chuan chuan xiang. Questa è una ciotolona di olio piccante freddo, in cui vengono immersi spiedini con infilzato tutto quello che può venirti in mente: patate, broccoli, peperoni piccanti, radice di loto, tofu, salsiccette, zampe di gallina, reni, cuore, intestino di oca (buonissimo!!!), alghe e altre cose non identificate. Te la piazzano sul tavolo e, con la raccomandazione di non immergere le tue bacchette nell’olio, peschi e mangi quello e quanto vuoi. Al momento di pagare si contano gli spiedini e si vede quanto hai speso. Quello avanzato viene portato in cucina, rabboccato e servito a qualcun altro. In un weekend i nostri stomaci non hanno potuto fare di più.

Questi tre giorni improvvisati, dopo parecchio tempo che non si usciva da Shanghai, hanno dato una bella sferzata alla voglia di vedere e conoscere meglio questa Terra di Mezzo che mi ospita e non vedo l’ora di partire alla volta di Gansu e Xinjiang!!!

*

What is the use of the travel journeys that were born to last a day, that linger indefinitely until they touch the shores of the weekend? To organize one of it outside Shanghai at last minute.

“Do you still have to stay in Chengdu?”

“Mm, yeah.”

“Do you want me to come?”

“Yes, it’s better, otherwise I don’t know when I’ll see you. At least we’ll do something together during the weekend.”

“Ok, surely there will be something to see around there. I mean, we’re in Sichuan …”

So you get on a plane and you go.

I really like internal flights: fast controls, no one who bother you on arrival and tolerable durations, for me that the twelve hours of the Italian returns always appear like a half nightmare. Actually I had already been to Chengdu, as the final stop on last summer’s trip, but the only thing that interested me on that occasion were the pandas. And then I remember only the infernal heat, the crowd and street food. Okay Chengdu, you’ve had another chance. And you have played well the day we spent for you alone.

What to do then in a day in this relaxed city? Go around on foot as much as you can, foreshortenings and alleys in which to deviate and get lost for a while give priceless scenes of everyday life, a stall with food that you don’t even understand what it is but that has a scent … But this always applies, not only in China, you will agree.

I started with a nice walk in the People’s Park, where you will find as usual those who dance, those who do taiji, those who go boating on the pond, and a few degrees less. Chengdu is very hot in the summer. Here is also an ancient tea house, the Hè Mìng, which has been in business for centuries. Since it was still relatively early, I immediately pointed to the Kuanzhai Alley, which I had shot mostly at night. I was hoping to avoid the crowd of tourists – Chinese, not even the shadow of laowai – but I definitely underestimated them. The streets were already packed. The Kuanzhai Alley consists of two or three pedestrian alleys hundreds of years old. In reality the traditional architecture has been preserved but completely rebuilt, and it is an uninterrupted succession of tourist shops (pandas as if it were raining), restaurants, and shacks selling street food. Which was exactly what I was looking for. Here you can easily spend the hours tasting everything that comes to your nose, browsing through typical and fake-craft products or getting your ears cleaned and massaged.

Then I went to the Buddhist monastery of Wenshu, to rest sight and eardrums. And jaws. I lost the sense of time wandering through gardens and pavilions, it seemed to have no end. And I find the atmosphere of these places always very relaxing and human, welcoming, unlike ours cold churches and cathedrals. Here you can eat together with the monks: at lunchtime, just line up and wait for your turn to get a bowl of rice and vegetables (Buddhists are vegetarians), free. I didn’t do it because it seemed a little out of place, but it was nice to see the cheerful and noisy table where the faithful ate sitting next to the monks.
And finally on Saturday train for Leshan! I recommend you always go early to Chinese stations, it’s like going to the airport and there are always so many people that they seem surreal. An hour of travel that passes easily admiring forests, tea plantations, old farmhouses in the middle of fields and small altars dedicated to the gods in the middle of nowhere and you’re there.

I fear I am a rather annoying traveling companion, having arrived in a place I always insist on running to drop down the stuff and leave immediately, in this case to go and see the complex of the giant Buddha, the largest stone Buddha in the world, excavated directly into the mountain. On foot, we were so close to an hour’s walk along the river and I wanted to see everything well. But I fry in impatience. Even if you tell me that we have plenty of time. In any case, in the end we start walking (hopping) towards the Buddha, crossing a kind of reconstructed and strangely deserted historical center. The few people we meet ask us to take pictures with them. Something that will be repeated throughout our stay, with moments of real stalkering, with so many elderly gentlemen following us everywhere until they find the spot with the right light to shot us, and others with the perfect timing of those who want a photo while I was eating a mango popsicle that melts inexorably during dozens of shots. But back to us after this moment of discomfort – if they knew how much I can’t stand being photographed …

We didn’t have to walk that long since we immediately stumbled on the pier where the mini-cruises leave to see the statue from the river and away from the crowd. Take advantage of the little queue and voilà, here we are on the boat to undergo photos until we see the huge Buddha and the attention shifts rightly to him. It is useless to try to describe what it feels like when you see it, to tell you about the muddy water of the river, the red earth and the incredibly blue sky at that moment.

And it is also useless to try to explain to you the amount of people there was on the path that went down to the feet of the Buddha. I have only seen such gatherings of human flesh here in Asia, the concept of “crowd” is one of those things that this experience has changed in me. However estimated three and a half hours in a row. All we had to do was look at each other to understand that the cruise had been enough, that those hours could be used a little better, like visiting the whole area around, with temples, pagodas, forest paths and fishing villages. And then to move to another site, that of the Oriental Lying Buddha. Also unmissable, with the whole complex of caves, giant statues, the thousand different statues of the Buddha and pavilions. And very quiet, no queues here: the Chinese tourists tend to rush to the most famous attractions, disdaining those that for some reason they consider secondary. Or those where there is more than ten minutes to walk. There was hardly anyone here.
But now let’s talk about serious things.

What had we eat?

I will never get tired of saying it: in China you eat very well, the cuisine is very varied, each region has its own characteristics and typical products, and the Chinese are rightly proud of their culinary tradition. Exactly like in Italy. Be wary of those who say you eat badly in China: they told me too, people who lived in Shanghai for a while, and when I asked where they went to eat everything was answered except local restaurants. That coming here and not eating (and loving madly) the xiao long bao or the baoz is incomprehensible to me. But today I continue to digress, I just wanted to talk to you about the cuisine I tasted in Sichuan. Which I could sum up with one word: spicy.

Sichuan, the homeland of hot pot, Sichuan pepper, mapo tofu and my favorite wontons. One of the four most important regional cuisines of the Celestial Empire. But what have we eaten? And where?

In Chengdu as I told you it is easy to run into street food: skewers of glutinous rice balls fried with sesame seeds (my favorites); skewers of whatever comes to mind, spicy; pineapple glutinous rice; noodles in sauce (guess?) spicy; jiaozi and sweets made with sesame and soy etc. I also saw several street vendors with typical products from the Muslim regions of China: round and decorated loaves, loaves of bread stuffed with lamb and thin puffed bread. But these things I will have the opportunity to discover them in depth during the August trip!

 

 

 

 

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